IL repertorio

Giuseppe Verdi

È un’opera in quattro atti di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Ghislanzoni da un soggetto di Auguste Mariette. La prima rappresentazione fu al “Kedivial Opera House ” de Il Cairo il 24 Dicembre 1871 in occasione dell’inaugurazione del Canale di Suez.

Aida vive a Menfi come schiava; il padre Amonasro organizza una spedizione in Egitto per liberarla dalla prigionia. Aida si innamora del giovane guerriero Radamés, dal quale è riamata; ma di costui si è invaghita anche Amneris, la figlia del re d’Egitto. Amneris nutre sentimenti di gelosia per la principessa etiope e falsamente la consola del suo pianto. Un messaggero porta la notizia che l’esercito etiope guidato dal re Amonasro sta marciando verso Tebe: è la guerra. Il Faraone designa Radamés comandante dell’esercito che combatterà contro gli Etiopi. Aida è combattuta tra l’amore per Radamés e il sentimento per il padre e il suo popolo. Fra cerimonie solenni e danze il gran sacerdote Ramfis gli consegna la spada consacrata.

Amneris riceve nelle proprie stanze, dove piccoli schiavi mori danzano, Aida e con l’astuzia la spinge a dichiarare i suoi sentimenti per Radamés, annunciandole la morte dell’amato in battaglia. Amneris minaccia Aida che, disperata, è costretta a chiedere perdono. Risuonano le trombe della vittoria e la popolazione accorre alla cerimonia del trionfo; mentre il re siede sul trono con la figlia, l’esercito sfila davanti a lui. Radamés viene incoronato da Amneris con il serto dei vincitori ed intercede a favore dei prigionieri tra i quali si trova Amonasro, padre di Aida. Il re accoglie la richiesta di rilasciare i prigionieri, poi, per la protesta dei sacerdoti, decide di trattenere come ostaggi Aida e un guerriero, in realtà Amonasro, che giura di aver sepolto il re degli Etiopi. Per gratitudine il Faraone concede a Radamés la mano della propria figlia.

Radamés ha solo apparentemente acconsentito a diventare sposo di Amneris, la quale si reca al tempio della dea Iside per pregarla di proteggere le sue imminenti nozze. Quella stessa notte, mentre Aida attende l’amato sulle sponde del Nilo, Amonasro convince la figlia a tradirlo: Aida ottiene le informazioni richieste. Il padre, poi, spia il colloquio tra i due innamorati e viene a conoscenza del luogo dove l’esercito egiziano attaccherà gli etiopi. Quando Amonastro esce dal nascondiglio e si presenta come il re degli Etiopi, Radamés capisce di aver involontariamente tradito il proprio paese. Con il suo aiuto Aida e il padre riescono a fuggire, mentre Radamés si consegna al gran sacerdote per espiare la propria colpa.

Amneris desidera salvare la vita dell’uomo che ama, ma Radamés la respinge: non vuole più nascondere il suo amore per Aida, la schiava liberata e sopravvissuta alla battaglia durante la quale ha perso il padre. Amneris si dispera, implora pietà per Radamés che viene condannato dai sacerdoti per tradimento ad essere sepolto vivo. Nella cripta sotto il tempio di Vulcano, mentre sta per essere murato, invoca Aida e costei come in un sogno gli appare: è venuta a morire con lui. I due innamorati si abbracciano e dicono addio al mondo che li ha condannati, mentre nel tempio Amneris piange e prega durante le cerimonie religiose e la danza delle sacerdotesse.

Dramma lirico in quattro atti.

“La vendetta”. Tra il 1095 e il 1097. Pagano, geloso di Arvino, ha cercato di ucciderlo durante le nozze con Viclinda. Per questo motivo viene esiliato. Dopo anni torna a Milano da penitente, e si riconcilia con il fratello. In realtà egli, in combutta con Pirro, trama contro Arvino. Assoldano dei sicari, ma Arvino, presentendo il pericolo, cerca di prepararsi al possibile agguato. Ma Pirro, al buio, colpisce per sbaglio il padre. Disperato, cerca di suicidarsi ma viene arrestato.
“L’uomo della caverna”. Ad Antiochia. Acciano prega perché Allah si scateni contro i Crociati. Oronte è innamorato di Giselda, e decide di imitare la madre Sofia, che si è già segretamente convertita al cristianesimo. Pirro giunge presso Antiochia e incontra Pagano, ritiratosi in una caverna, dove cerca di espiare in solitudine le sue colpe. Pagano accetta di accompagnare i crociati in città. Ma quando si accorge che si tratta dei Lombardi, si unisce a loro. Intanto nell’harem, Sofia annuncia a Giselda che Acciano e Oronte sono stati uccisi; mentre la giovane maledice la guerra, sopraggiunge Arvino, che tenta di ucciderla per punirla della sua empietà, in nome della sacralità della battaglia crociata. L’eremita, non riconosciuto, la salva.
“La conversione”. Oronte si è salvato: ferito e travestito da crociato, incontra Giselda nella valle di Josafath. I due si scambiano le loro promesse d’amore, ma sono costretti a fuggire da Arvino, che vorrebbe separarli; egli sa inoltre che Pagano si trova negli stessi luoghi, e si ripromette di punirlo. Oronte e Giselda si rifugiano nella grotta dell’eremita. Qui il ferito viene battezzato, e spira tra le braccia della sua amata.
“Il Santo Sepolcro”. Giselda vede in sogno Oronte che predice che troveranno acqua nel deserto. La fonte di Siloe miracolosamente si mette a gettare acqua. Durante la battaglia l’eremita è colpito a morte. Trasferito nella tenda di Arvino, rivela la sua identità: è Pagano. Il comandante crociato lo perdona e lo conduce all’entrata della tenda. Da lì può scorgere la bandiera cristiana che ormai sventola su Gerusalemme conquistata.

Opera in 3 atti di G. Puccini, su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa

Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 17 febbraio 1904

Trama

In una casa con giardino, a Nagasaki, il tenente della marina statunitense Benjamin Franklin Pinkerton, accompagnato da Goro, sensale di matrimoni, attende divertito il corteo nuziale della sua sposa, la geisha Cio-Cio-San, detta Madama Butterfly. Goro gli presenta l’ancella Suzuky, nel frattempo giunge Sharpless, console americano, al quale Pinkerton espone, conversando amabilmente davanti a un bicchiere di whisky, la sua cinica filosofia di «yankee» che vuol godersi la vita, sprezzando rischi e i sentimenti altrui: s’è invaghito delle ingenue grazie di Cio-Cio-San e intende ora sposarla secondo il rito giapponese, non riconosciuto negli Stati Uniti. Sharpless gli fa un garbato rimprovero, perchè ha compreso che «ella ci crede» veramente, ma alla fine alza il bicchiere con Pinkerton che brinda al giorno in cui si sposerà con una vera sposa americana. Intanto, arriva Butterfly e il console le rivolge qualche domanda, Cio-Cio-San dice di essere nata a Nagasaki da una famiglia un tempo assai prospera, ma poi finita in miseria, motivo per cui è stata costretta a fare la geisha. Vive con la madre il padre è morto. Quando le viene chiesta l’età, Butterfly si diverte fanciullescamente a farla indovinare, poi ammette maliziosa di avere 15 anni. «L’età dei giochi» commenta Sharpless con tono severo verso Pinkerton. Giungono quindi la madre di Butterfly e gli altri parenti per la cerimonia, e Pinkerton li osserva divertito. Butterfly trae in disparte Pinkerton per mostrargli alcuni oggetti che ha portato con sé in dote: dei fazzoletti, una pipa, una cintura, uno specchio, un ventaglio, un vaso di tintura per il trucco tradizionale e, infine, un astuccio lungo e stretto, ma alla richiesta di Pinkerton di vedere cosa contiene, essa lo ripone in tutta fretta, dicendo che c’è troppa gente intorno. Interviene Goro e spiega sottovoce che si tratta della lama con cui il padre si è suicidato su ‘invito’ dell’Imperatore. In attesa dell’inizio della cerimonia, Cio-Cio-San confessa a Pinkerton, a dimostrazione della sua devozione, di aver rinnegato la sua fede e di essere divenuta cristiana. Si celebrano quindi le nozze, il console e i funzionari se ne vanno, mentre tutto il parentado si trattiene per festeggiare. S’ode di lontano la voce terribile dello Zio Bonzo, che irrompe furibondo, avendo scoperto che Cio-Cio-San ha rinnegato la fede degli avi e, cacciato da Pinkerton, la maledice rinnegandola a sua volta, seguito dai parenti. Il pianto di Butterfly viene placato dalle ardenti parole di Pinkerton, infiammato dal desiderio, mentre scende la notte. L’ingenua fanciulla risponde teneramente alle appassionate parole del marito che, stringendola in un abbraccio, la conduce all’interno della casa. La fedele Suzuki prega davanti alla statua di Budda affinchè Cio-Cio-San non pianga più, perchè da tre anni, la sposa aspetta il ritorno del marito Pinkerton, partito per gli Stati Uniti con la promessa di ritornare a primavera, nella stagione in cui i pettirossi fanno il nido. Butterfly è convinta che che un bel giorno dall’orizzonte spunterà la nave di Pinkerton e il suo sposo salirà la collina chiamandola con gli affettuosi vezzeggiativi di un tempo. Sopraggiungono Goro e Sharpless, il quale ha ricevuto una lettera da Pinkerton con un messaggio per Cio-Cio-San. Ella è raggiante di gioia e dà il benvenuto al console. Sharpless non ha il coraggio di comunicarle che Pinkerton si è risposato in America e che verrà presto a Nagasaki con la sua nuova sposa. Cio-Cio-San informa il console di come il sensale insista per trovarle un nuovo marito. Uno dei pretendenti è il ricco Yamadori, che giunge poco dopo in gran pompa accompagnato dai suoi servi, ma Cio-Cio-San non vuole saperne, orgogliosa nella sua tenace convinzione di essere ancora sposata con Pinkerton, anche secondo la legge americana. Sharpless comincia con imbarazzo a leggere la lettera di Pinkerton, continuamente interrotto da Butterfly e cerca di farle capire la verità chiedendo: «Che fareste […] s’ei non dovesse ritornar più mai?» Cio-Cio-San s’arresta, immobile, e risponde sommessa che le alternative sono due: tornare a fare la geisha o morire. Butterfly chiama Suzuki e le chiede di accompagnare alla porta il console, poi all’improvviso corre nella stanza accanto e ritorna trionfante con un bambino in braccio: se Pinkerton l’ha scordata, potrà scordare anche suo figlio? Il console, profondamente turbato, promette che informerà Pinkerton dell’esistenza del bambino ed esce. Si avverte un colpo di cannone e Cio-Cio-San si precipita fuori e, con un cannocchiale, cerca di individuare la bandiera della nave, quindi, esultante ne grida il nome: «Abramo Lincoln!», la nave di Pinkerton. La sua gioia è immensa e ordina a Suzuki di cogliere tutti i fiori del giardino per adornare la casa e ricevere degnamente lo sposo. Le due donne cospargono tutto con i fiori raccolti, poi, dopo aver indossato l’abito da sposa, Cio-Cio-San si accoccola con Suzuki e il bambino davanti allo shosi in attesa dell’arrivo di Pinkerton. A poco a poco la notte si dilegua, Butterfly, si allontana dalla stanza con il bimbo addormentato in braccio. Poco dopo giunge Pinkerton, in compagnia di Sharpless e di Kate, la moglie americana, che resta ad aspettare in giardino. Informato dal console del figlio che Butterfly gli ha dato, è infatti salito alla casa sulla collina per convincerla ad affidargli il piccolo. Quando apprende da Suzuki come Butterfly lo abbia atteso in quei tre anni, si allontana col cuore gonfio di rimorso. Butterfly si desta, chiama Suzuki, entra sollecita nella stanza, vede il console e pensa in grande agitazione di trovare anche Pinkerton, scorge invece Kate, sulla terrazza, ed è colta da un brutto presentimento. Interroga Suzuki su Pinketon mentre fissa Kate, quasi affascinata e finalmente comprende chi è. Kate allora si avvicina e, chiedendole perdono per il male che inconsapevolmente le ha fatto, si mostra amorevolmente disposta ad avere cura del bambino e a provvedere al suo avvenire. Butterfly risponde che consegnerà il piccolo soltanto a «lui», se avrà il coraggio di presentarsi mezz’ora dopo. Poi li congeda. Rimasta sola crolla a terra. Ordina a Suzuki di chiudere le imposte e di ritirarsi nell’altra stanza con il bambino. Suzuki intuisce le intenzioni della padrona e vorrebbe restare, ma Cio-Cio-San, risolutamente, la spinge fuori. Poi estrae dall’astuccio di lacca il coltello di suo padre e legge con solennità le parole incise sulla lama: «Con onor muore chi non può serbar vita con onore». Sta per compiere harakiri, quando all’improvviso Suzuki spinge nella stanza il bambino. Butterfly lascia cadere il coltello, si precipita verso il piccolo, lo abbraccia soffocandolo di baci e, dopo avergli rivolto uno straziante addio, gli benda gli occhi e lo fa sedere, mettendogli in mano una bandierina americana. Quindi raccoglie il coltello, si ritira dietro il paravento e si uccide. Nello stesso istante, invocandola da lontano, accorre nella stanza Pinkerton, che s’inginocchia singhiozzante sul suo corpo.

Dramma in quattro parti.

‘Il duello’. Ferrando narra la storia di un zingara, condannata per stregoneria, la cui figlia, per vendicarsi, aveva rapito uno dei due figli del conte e l’aveva bruciato. Quindi Leonora, narra a Ines il suo amore per uno sconosciuto cavaliere, che la visita tutte le notti con serenate di liuto. Compare il conte di Luna, figlio del conte al quale era stato rapito il bambino; ama Leonora e sfida il rivale a svelare la sua identità; questi dichiara di essere Manrico. I due si allontanano per battersi a duello.
‘La gitana’. In Biscaglia alcuni zingari mentre lavorano cantano battendo i martelli sulle incudini. Azucena narra a Manrico che una zingara, accusata di stregoneria, le aveva chiesto di vendicarla. Azucena aveva rapito un bambino, figlio del conte di Luna, ma, turbata, aveva gettato nel fuoco il proprio figlioletto. Manrico è sorpreso, ma Azucena lo rassicura. Gli chiede però per quale motivo non aveva ucciso il conte quando ne aveva avuto l’occasione. Manrico non sa dare una risposta. Forse una misteriosa voce dal cielo gli ha fermato la mano. Azucena gli impone allora di non avere pietà nel caso si presentasse occasione. Un messo porta la notizia che Leonora, credendo morto Manrico, sta per prendere il velo. Manrico, senza ascoltare Azucena, si avventa sul conte di Luna, sventando così il rapimento di Leonora.
‘Il figlio della zingara’.Il conte di Luna assedia Castellor, difesa dalle truppe di manrico; viene catturata una zingara , che Fernando riconosce come colei che aveva rapito il figlio del conte. Azucena invoca l’aiuto del figlio, il che rende ancor più feroce Luna. Intanto a Castellor Manrico e Leonora stanno per sposarsi quando Ruiz li avverte Azucena ta per essere arsa sul rogo. Manrico, disperato, tenta di salvare la madre.
‘Il supplizio’. Leonora cerca Manrico nel castello, catturato in battaglia e imprigionato. Ne sente la voce, che, invocando la morte, le invia l’estremo saluto. Leonora vorrebbe allora scambiare con il conte il proprio corpo per ottenere la salvezza di Manrico. Manrico e Azucena in carcere sono raggiunti da Leonorache annuncia la libertà per il suo amato; ma quando Manrico conosce la verità, insulta il conte. Tuttavia si ravvede quando Leonora, nell’esortarlo alla fuga, gli confida d’essersi avvelenata. Il conte trova Leonora in punto di morte e ordina che Manrico sia ucciso. Azucena, morente, gli rivela che Manrico era suo fratello.

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Oberto, conte di s. Bonifacio, vinto da Ezzelino da Romano, il quale accorse in favor dei Salinguerra in Verona, riparavasi a Mantova. Leonora, sua figlia, priva di madre, era rimasta a Verona, affidata alle cure di una vecchia zia. Un giovine conte di Salinguerra, sotto mentito nome, sedusse la bella figlia di Oberto con promessa di matrimonio. Preso poscia d’amorosa passione per Cuniza (lasciata dal fratello Ezzelino nel castello di Bassano, mentre egli, fatto signore di Verona, attendeva alle conquiste di Monselice, di Padova, di Montagnana) le offrì la mano. Ezzelino, che doveva la signoria di Verona ai conti di Salinguerra, non fu contrario alle nozze. Leonora, conosciuta troppo tardi la verità, vien disperata a Bassano nel giorno delle feste per svelare il tradimento. Qui ha principio l’azione del dramma.

Melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piavetratto da La dame aux camélias di Alexandre Dumas.

La prima rappresentazione fu al “Teatro La Fenice” di Venezia il 6 Marzo 1853.

L’azione si svolge a Parigi a metà dell’ ‘800.

C’è una gran festa nell’elegante casa parigina di Violetta Valéry, una mondana famosa amante del barone Douphol: è un modo per soffocare il dolore e le pene che le dà la sua malattia. Il visconte Gastone De Letorières le presenta un giovane, Alfredo Germont, suo ammiratore. Questi invita Violetta a ballare, ma dopo pochi passi la donna, colta da una violenta crisi di tosse, è costretta a fermarsi. Alfredo le dichiara il suo amore e Violetta gli dona una camelia, il suo fiore preferito, promettendo di rivederlo quando sarà appassita. Partiti gli invitati e rimasta sola,si rende conto di essere per la prima volta veramente innamorata.

Violetta e Alfredo vivono felici in una villa di campagna. Il giovane, venuto a sapere dalla cameriera Annina che Violetta ha venduto i gioielli per pagare le loro spese, si precipita a Parigi per procurarsi del denaro. Violetta, rimasta sola, riceve la visita di Giorgio Germont, il quale le chiede di troncare la relazione che minaccia di portare alla rovina il proprio figlio. Violetta, sdegnata, gli dimostra che è stata lei a vendere i suoi gioielli e afferma di non aver mai chiesto denaro all’amante. Germont sembra convinto, ma non rinuncia al proposito di separarli e la scongiura di rinunciare ad Alfredo per non rovinare il fidanzamento della figlia a causa dello scandaloso legame. Violetta senza parenti né amici e provata dalla tisi non può accettare. Germont le fa notare che, quando il tempo avrà cancellato la sua avvenenza, Alfredo si stancherà di lei. Violetta accetta di lasciare Alfredo e scrive dapprima al barone Douphol poi all’amante per comunicargli la sua decisione. Quando Alfredo ritorna, Violetta parte: il giovane crede che si assenti solo per una visita, ma, quando apprende che è partita per Parigi su invito di Flora, si ingelosisce e decide di raggiungerla, nonostante le suppliche del padre. Alla festa in casa di Flora Bervoix Violetta giunge accompagnata dal barone; Alfredo è al tavolo da gioco e, alla richiesta della giovane, risponde che se ne andrà solo se lo seguirà. Violetta è costretta a rivelargli di aver giurato a Douphol di non rivederlo mai più: lascia credere di aver fatto questo giuramento per non raccontare del colloquio avuto con il padre del giovane. Alfredo allora, indignato, getta il denaro vinto al gioco ai piedi di Violetta che sviene in braccio a Flora; il padre, sopraggiunto, lo rimprovera per il gesto, ma non li svela la verità.

La tubercolosi si fa più acuta e il dottor Grenvil rivela ad Annina che la sua padrona è in fin di vita. Violetta, sola nella stanza, rilegge la lettera nella quale il vecchio Germont le annuncia di aver rivelato la verità ad Alfredo che sta per raggiungerla. Annina porta la buona notizia: è arrivato Alfredo, che entra, abbraccia Violetta e le promette di portarla con sé a Parigi. Arriva anche Giorgio Germont, che manifesta il proprio rimorso. Violetta sembra riacquistare le forze, si alza dal letto, ma subito muore.

Giuseppe Verdi nacque a Le Roncole di Busseto, il 10 ottobre 1813 da Carlo Verdi (1784-1867), oste e rivenditore di sale e generi alimentari, e Luigia Uttini (1787-1851), filatrice. Carlo proveniva da una famiglia di piccoli possidenti e commercianti Piacentini per secoli residenti tra Villanova e Sant’Agata, trasferitisi in località Roncole di Busseto. Luigia, anch’essa figlia di osti, era originaria di Saliceto di Cadeo, sempre in provincia di Piacenza. Dopo aver messo da parte un po’ di denaro, Carlo aveva ereditato dai genitori, in particolare dal padre Giuseppe Antonio (1744-1798), la gestione di una modesta ma ben avviata osteria a Roncole; a questa attività alternava il lavoro nei campi. L’11 ottobre del 1813 nel registro dei battesimi della chiesa di San Michele Arcangelo è annotato il piccolo Giuseppe Francesco Fortunino, “nato ieri”. Quando, tre giorni dopo, Carlo raggiunse Busseto per dichiarare la nascita del figlio alle autorità locali, Giuseppe venne indicato nel registro comunale con i nomi di Joseph Fortunin François. L’atto fu, infatti, redatto in francese, perché nel 1808 Busseto e il suo territorio, in precedenza appartenenti al ducato di Parma, erano stati annessi all’Impero francese creato da Napoleone. 
Verdi ebbe una sorella più giovane, Giuseppa, morta a 17 anni nel 1833 e inferma fin dalla giovanissima età a causa di una meningite.[3][5] A partire dall’età di quattro anni, a Giuseppe furono impartite lezioni private di latino e italiano da Pietro Baistrocchi, maestro e organista del paese. Sebbene non si sappia con certezza, quest’ultimo potrebbe aver avuto un ruolo determinante nel consigliare la famiglia del ragazzo e fargli intraprendere lo studio della musica. A sei anni Verdi frequentò la scuola locale, ricevendo al contempo lezioni di organo da Baistrocchi, ma il suo evidente interesse per la musica convinse i genitori a comprargli la spinetta di don Paolo Costa, rettore dell’oratorio della Madonna dei Prati. L’intenso e continuo uso che il giovane ne faceva, rese necessario l’intervento di un artigiano per ripararla ed è stato trovato un appunto nel quale si afferma che, dopo aver udito Giuseppe suonare, l’uomo non volle essere pagato. Dopo la morte di Baistrocchi, Verdi divenne organista a pagamento, all’età di soli otto anni.

Antonio Barezzi, mecenate di Giuseppe Verdi
L’eccezionale talento compositivo di Verdi fu indubbiamente coltivato e accresciuto dallo studio, ma fu anche sostenuto dal padre, che intuiva le ottime prospettive del figlio. 
Anche Pietro Baistrocchi, che prese il ragazzo a benvolere, lo avviò gratuitamente alla pratica dell’organo e del pianoforte. Più tardi, Antonio Barezzi, un negoziante amante della musica e direttore della locale società filarmonica, convinto che la fiducia nel giovane fosse ben riposta, divenne suo mecenate e protettore aiutandolo a proseguire gli studi. 
Lo storico della musica Roger Parker sottolinea che entrambi i genitori di Verdi “appartenevano a famiglie di piccoli proprietari terrieri e commercianti, non certo i contadini analfabeti da cui Verdi poi amava presentarsi come discendente… Carlo Verdi promosse energicamente l’istruzione di suo figlio… un aspetto che Giuseppe tendeva a nascondere nella vita adulta… emerge [pertanto] un’immagine di entusiasta precocità giovanile nutrita da un padre ambizioso e di un’istruzione formale, sofisticata ed elaborata”.
Nel 1823 i genitori iscrissero il giovane Giuseppe al “ginnasio”, una scuola superiore per ragazzi gestita da don Pietro Seletti a Busseto, dove ricevette istruzione in italiano, latino, scienze umane e retorica. Verdi tornava poi regolarmente a Roncole anche di domenica a suonare l’organo, coprendo a piedi la distanza di diversi chilometri. L’anno seguente iniziò a frequentare le lezioni di Ferdinando Provesi, maestro di cappella nella collegiata di San Bartolomeo Apostolo e maestro dei locali filarmonici, che gli insegnò i principi della composizione musicale e della pratica strumentale. Verdi in seguito dichiarò: “Dai 13 ai 18 anni ho scritto un vasto assortimento di pezzi: marce per banda, alcune sinfonie che sono state utilizzate in chiesa, nei teatri e ai concerti, cinque o sei concerti e alcune variazioni per pianoforte, che io stesso ho suonato in molti concerti, serenate, cantate (arie, duetti, moltissimi terzetti) e vari pezzi di musica sacra, di cui ricordo solo lo Stabat Mater”. Queste notizie provengono dall’abbozzo di autobiografia che Verdi dettò all’editore Giulio Ricordi nel 1879 e che rimane la fonte principale per la sua vita e per la sua carriera. Tuttavia questo scritto non è sempre affidabile quando tratta le questioni più controverse come quelle relative alla sua infanzia. 
Nel giugno 1827, Verdi si diplomò presso il Ginnasio e poté così dedicarsi esclusivamente alla musica, sotto la guida di Provesi. All’età di 13 anni gli fu chiesto di sostituire un musicista in quello che divenne il suo primo evento pubblico nella città natale, riscuotendo un grande successo. 
Tra il 1829 e il 1830, Verdi si era affermato come membro della Filarmonica: “nessuno di noi avrebbe potuto rivaleggiare”, riferì il segretario dell’organizzazione, Giuseppe Demaldè. Una cantata in otto movimenti, I deliri di Saul, sulla base di un dramma di Vittorio Alfieri, venne scritta da Verdi all’età di 15 anni ed eseguita a Bergamo.Alla fine del 1829 Verdi completò i suoi studi con Provesi, il quale dichiarò che non aveva più nulla da insegnargli.[15] A quel tempo, Verdi si trasferì presso la casa di Barezzi, dove impartiva lezioni di canto e di pianoforte alla sua figlia, Margherita, con cui dal 1831 fu coinvolto in una relazione sentimentale.

Gaetano Donizetti

La promessa sposa di Lammermoor, istorico romanzo dell’Ariosto scozzese, mi parve subbietto più che altro acconcio per le scene: però non deggio tacere, che nel dargli la forma drammatica, sotto di cui oso presentarlo, mi si opposero non pochi ostacoli, per superare i quali fu mestieri allontanarmi più che non pensava dalle tracce di Walter Scott. Spero quindi, che l’aver tolto dal novero de’ miei personaggi taluno di quelli che pur sono fra i principali del romanzo, e la morte del Sere di Ravenswood diversamente da me condotta (per tacere di altre men rilevanti modificazioni) spero che tutto questo non mi venga imputato come a stolta temerità; avendomi soltanto a ciò indotto i limiti troppo angusti delle severe leggi drammatiche.

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Contenuto della fisarmonica

Gaetano Domenico Maria Donizetti (Bergamo, 29 novembre 1797 – Bergamo, 8 aprile 1848) è stato un compositore italiano, tra i più celebri operisti dell’Ottocento.

Scrisse poco meno di settanta opere oltre a numerose composizioni di musica sacra e da camera. Le opere del Donizetti oggi più sovente rappresentate nei teatri di tutto il mondo sono L’elisir d’amore, Lucia di Lammermoor e Don Pasquale. Con frequenza sono allestite anche La fille du régiment, La Favorite, Maria Stuarda, Anna Bolena, Lucrezia Borgia, Roberto Devereux e Linda di Chamounix.
Biografia
Nato a Bergamo il 29 novembre 1797 da una famiglia di umile condizione e molto povera (padre guardiano al Monte dei Pegni e madre tessitrice), così come il fratello Giuseppe, anch’egli futuro compositore, fu ammesso a frequentare (1806-1815) le “lezioni caritatevoli” di musica tenute da Giovanni Simone (Johann Simon) Mayr, Francesco Salari e Antonio Gonzales[1], nella scuola caritatevole di musica –dalla quale deriva l’attuale Istituto Superiore di Studi Musicali “Gaetano Donizetti” (il conservatorio di Bergamo)–; dimostrò ben presto un talento notevole, riuscendo a rimediare alla modesta qualità della voce (era necessario svolgere egregiamente il servizio di cantore per poter proseguire i corsi gratuiti) con i progressi nello studio della musica. Conobbe Vincenzo Bellini e ne scrisse alla morte la messa da requiem, che venne eseguita per la prima volta solo nel 1870 nella basilica di Santa Maria Maggiore.

Vincenzo Bellini

L’azione si svolge nelle Gallie, all’epoca della dominazione romana. Nell’antefatto la sacerdotessa Norma, figlia del capo dei druidi Oroveso, è stata l’amante segreta del proconsole romano Pollione, dal quale ha avuto due figli, custoditi dalla fedele Clotilde all’insaputa di tutti.
Atto I
I Galli sono riuniti nella foresta sacra al dio Irminsul e, capeggiati da Oroveso, inneggiano alla liberazione dal giogo romano. Intanto Pollione, inoltratosi anch’egli nel sacro bosco, confida all’amico Flavio di essersi innamorato di una giovane novizia del tempio d’Irminsul, Adalgisa, e di voler lasciare Norma. Questa intanto interviene all’assembramento dei Galli spiegando che gli dèi le hanno rivelato che Roma dovrà cadere, ma non in quel momento e non per loro mano. Con una preghiera alla luna riesce a placare gli animi.
Adalgisa chiede un colloquio a Norma per aprirle il proprio animo e confessarle di aver mancato al voto di castità, senza però rivelare il nome dell’uomo amato. Norma, che riconosce nella novizia i propri sentimenti e il proprio peccato, la scioglie dai voti. Quindi le chiede chi sia l’innamorato e Adalgisa indica Pollione, che sta sopraggiungendo proprio in quel momento. Furiosa, Norma rivela tutto ad Adalgisa, che sdegnata respinge Pollione.
Atto II
Nella sua abitazione, Norma, sconvolta dalla rivelazione, ha deciso di uccidere i due figli, ma cede al sentimento materno. Decisa a suicidarsi, fa chiamare Adalgisa e la prega di adottare i bambini e di portarli a Roma, dopo essersi sposata con Pollione. Ma Adalgisa rifiuta e promette anzi a Norma di convincere Pollione a tornare da lei, salvandola dal suicidio. Quando la grande sacerdotessa però apprende che il tentativo di Adalgisa non ha sortito l’effetto sperato, ella, che si era sempre opposta alla volontà di rivolta del suo popolo, chiama i Galli a raccolta e proclama guerra ai Romani. Oroveso le chiede allora di indicare la vittima sacrificale da immolare al dio, quando giunge notizia che un romano è penetrato nel recinto delle sacerdotesse: è Pollione, venuto a rapire Adalgisa. Norma sta per colpirlo con un pugnale, ma poi si ferma, invita tutti a uscire col pretesto di interrogarlo e, sola con Pollione, gli offre la vita purché egli abbandoni Adalgisa. L’uomo rifiuta e Norma chiama i suoi a raccolta; ha deciso quale sarà la vittima sacrificale: una sacerdotessa che ha infranto i sacri voti e tradito la patria. Sta per pronunciare il nome di Adalgisa, quando si rende conto che la colpa di Adalgisa è la sua e, nello sbigottimento generale, pronuncia il proprio nome. Commosso, Pollione comprende la grandezza di Norma e decide di morire con lei. In segreto, Norma confida a Oroveso di essere madre e lo supplica di prendersi cura dei bambini, affinché possano salvarsi insieme a Clotilde. Quindi sale sul rogo con l’uomo amato.

La sonnambula è un’ opera semiseria in due atti, con musica nella tradizione bel canto di Vincenzo Bellini impostata su libretto italiano di Felice Romani,basato su uno scenario per una pantomima da balletto scritta da Eugène Scribe e coreografata da Jean-Pierre Aumer chiamata La somnambule, ou L’arrivée d’un nouveau seigneur. Il balletto aveva debuttato a Parigi nel settembre 1827 al culmine di una moda per opere teatrali che incorporavano il somnambulismo.

Il ruolo di Amina è stato originariamente scritto per il soprano sfogato Giuditta Pasta e il tenore Giovanni Battista Rubini,ma durante la vita di Bellini un altro soprano sfogato, Maria Malibran, è stato un notevole esponente del ruolo. La prima rappresentazione ebbe luogo al Teatro Carcano di Milano il 6 marzo 1831.

La maggior parte delle registrazioni del ventesimo secolo sono state fatte con un cast soprano come Amina, di solito con note di alto livello aggiunte e altri cambiamenti secondo la tradizione, anche se è stato rilasciato in voce sfogato soprano (non essere confuso con il moderno, inesistente al momento) che cantava ruoli soprano e contralto non modificati.

La frase Ah! non credea mirarti / Sì presto estinto, o fiore (“Non credevo che si sarebbe sbiadito così presto, oh fiore”) dall’aria finale di Amina è incisa sulla tomba di Bellini nella Cattedrale di Catania in Sicilia.

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Vincenzo Salvatore Carmelo Francesco Bellini (Catania, 3 novembre 1801 – Puteaux, 23 settembre 1835) è stato un compositore italiano, tra i più celebri operisti dell’Ottocento.
Gran parte di ciò che è noto della vita di Bellini e della sua attività di musicista proviene da lettere scritte al suo amico Francesco Florimo, incontrato come compagno di studi a Napoli. Considerato, con Gioacchino Rossini e Gaetano Donizetti, il compositore per antonomasia dell’era del bel canto italiano, in particolare dell’inizio del XIX secolo, Bellini fu autore di dieci opere liriche in tutto, delle quali le più famose e rappresentate sono La sonnambula, Norma e I puritani.
Bellini nacque a Catania (nel Regno di Sicilia), presso un appartamento in affitto di Palazzo Gravina Cruyllas, in Piazza San Francesco d’Assisi, il 3 novembre del 1801, figlio di Rosario Bellini e di Agata Ferlito. Fu figlio e nipote d’arte: suo padre fu infatti un compositore minore, mentre il nonno paterno, Vincenzo Tobia Nicola Bellini, fu un rinomato compositore di musiche sacre originario di Torricella Peligna (nell’Abruzzo Citeriore, una regione del Regno di Napoli), già attivo a Petralia Sottana e trapiantato, in seguito alla sua scritturazione da parte di Ignazio Paternò Castello, a Catania, dove visse presso via Santa Barbara.
Il piccolo Vincenzo dimostrò precocemente un interesse nei confronti della musica[1] e intorno all’età di 14 anni si trasferì a studiare dal nonno il quale ne intuì l’alta predisposizione verso la composizione. Intorno al 1817 la sua produzione si fa particolarmente intensa, per convincere il senato civico ad ottenere una borsa di studio per il perfezionamento da effettuarsi al Real Collegio di Musica di San Sebastiano, con una supplica datata al 1818.
Nel 1819 ottenne la borsa di 36 onze annue grazie all’interesse dell’intendente del Vallo, il duca di Sammartino. Partì da Messina, ospite dello zio padrino Francesco Ferlito, il 14 giugno e giunse al porto di Napoli dopo cinque giorni di tempesta, scampando fortunosamente ad un naufragio.
La sua carriera e la sua vita furono però stroncate a meno di 34 anni da un’infezione intestinale amebica probabilmente contratta all’inizio del 1830.

Giacomo Rossini

Volendo iddio, che il suo diletto popolo ebreo fosse sciolto dalla penosa schiavitù, in cui da più anni languiva in Egitto, impose a Mosè, che all’egizio re Faraone noto facesse questo suo divino volere. Ma essendosi costui pertinacemente ostinato a disubbidirlo, iddio lo flagellò con dieci piaghe, e punì con lui il popolo di Egitto, fino a che Faraone fu costretto a liberare gli Ebrei; ma poi di ciò tosto pentito, gl’inseguì, riducendoli alle sponde del mar Rosso, le di cui acque per divino prodigio duron divise, aprendosi così uno scampo agl’inseguiti Ebrei: e mentre Faraone col suo esercito creda di raggiungerli pe ‘l sentiero medesimo, le acque si riunirono, e gli egiziani tutti vi perirono sommersi. Questo fatto, ricavato dal capitolo primo al 15 del libro dell’Esodo, ha somministrato l’argomento alla presente tragedia, che, senza offendere le tracce della sacra storia, e seguendo la condotta della conosciuta tragedia del sig. Ringhieri, ho creduto di rendere più interessante coll’episodio degli amori di una donzella ebrea col figlio primogenito di Faraone, perché costui potesse con maggior fervore impegnarsi presso il padre a trattenere schiavo in Egitto il popolo d’Israele.

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Nato a Pesaro (a quel tempo nello Stato Pontificio) il 29 febbraio 1792, da Giuseppe Rossini e Anna Guidarini, il Cigno di Pesaro, come fu definito, impresse al melodramma uno stile destinato a far epoca e del quale chiunque, dopo di lui, avrebbe dovuto tener conto; musicò decine di opere liriche senza limite di genere, dalle farse alle commedie, dalle tragedie alle opere serie e semiserie.

La sua famiglia era di semplici origini: il padre Giuseppe – detto Vivazza (1764-1839) – fervente sostenitore della Rivoluzione francese, era originario di Lugo (Ravenna) e suonava la tromba per professione nella banda cittadina e nelle orchestre locali che appoggiavano le truppe francesi d’occupazione; la madre, Anna Guidarini (1771-1827), era nata a Urbino ed era una cantante di discreta bravura. In ragione delle idee politiche del padre, la famiglia Rossini era costretta a frequenti trasferimenti da una città all’altra tra Emilia e Romagna.

Così il giovane Rossini trascorse gli anni della giovinezza o presso la nonna o in viaggio fra Ravenna, Ferrara e Bologna dove il padre era riparato nel tentativo di sfuggire alla cattura dopo la restaurazione del governo pontificio. Dal 1802 la famiglia visse per qualche anno a Lugo; qui Gioachino apprese i primi rudimenti di teoria musicale nella scuola dei fratelli Malerbi. Gli abitanti di Lugo consideravano Rossini loro cittadino adottivo e lo soprannominarono Cignale di Lugo.

Nel 1804 compose le Sei sonate a quattro. Successivamente la famiglia si trasferì a Bologna, dove Rossini iniziò lo studio del canto (fu contralto e cantore all’Accademia filarmonica), del pianoforte e della spinetta presso il maestro Giuseppe Prinetti. Nel 1806, a quattordici anni, si iscrisse al Liceo musicale bolognese, studiando intensamente composizione e appassionandosi alle pagine di Haydn e Mozart (è in questo periodo che guadagnò l’appellativo di tedeschino), e alle opere di Cimarosa; sempre in quegli anni scrisse la sua prima opera (Demetrio e Polibio, che sarà rappresentata però soltanto nel 1812).

Trasferitosi a Napoli negli anni 1815-1822, si legò al soprano Isabella Colbran, primadonna dei teatri partenopei, maggiore di lui di otto anni, che sposò infine a Castenaso il 16 marzo 1822 e da cui si separò legalmente nel 1837. In realtà, i due coniugi vivevano separati già dal settembre 1830, dopodiché in novembre, Rossini partì definitivamente per Parigi, dove conobbe Olympe Pélissier che sposò nel 1846 (un anno dopo la morte della prima moglie) .

Carlo Lombardo

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Carlo Lombardo dei Baroni Lombardo di San Chirico, conosciuto anche con gli pseudonimi di Leon Bard o Leblanc (Napoli, 28 novembre 1869 – Milano, 19 dicembre 1959), è stato un compositore, librettista ed editore di operette italiano, considerato il padre dell’operetta italiana. Fondò nel 1923 a Milano la Casa Musicale Lombardo, tuttora depositaria del patrimonio operettistico italiano.

Biografia
Discendente da un’antica e nobile famiglia di Lucera poi trasferitasi a Napoli, era il secondogenito del Barone di San Chirico, Felice Lombardo, e di Luigia Malvezzi, nobile di Bologna. Aveva una sorella maggiore, Luisa. La passione per la musica lo convinse ad iscriversi al Conservatorio di San Pietro a Majella, dove si diplomò nel 1887.
Il suo debutto avvenne nello stesso anno in concomitanza con quello dell’amico Pietro Mascagni, assieme al quale venne scritturato dalla Compagnia di Luigi Maresca come direttore d’orchestra per una tournée in America latina. Mascagni, impegnato con la stesura di Cavalleria rusticana, decise di non partecipare alla tournée, mentre Lombardo partecipò alla serie di spettacoli all’estero.
Tornato in patria, nel 1889 si recò a Milano per incontrare i direttori delle principali case musicali. Raccontano i suoi biografi che una mattina, passando per le vie del centro, incontrò Fracasso, altro ex studente del Conservatorio di Majella, a sua volta in partenza per l’America. Grazie a Fracasso, Lombardo ottenne un colloquio con il produttore teatrale D’Ormeville il quale gli offrì subito la direzione di tre rappresentazioni dell’opera verdiana La forza del destino.
L’operetta
L’avvicinamento di Lombardo all’operetta fu tutto sommato abbastanza casuale. Una sera l’agente teatrale Tavernari lo informò che la compagnia di operette di Maresca era alla ricerca di artisti d’opera per la rappresentazione dell’operetta Der Zigeunerbaron (Lo zingaro Barone) di Johann Strauss.
A Lombardo venne affidata la direzione della prima rappresentazione italiana dell’operetta, alla presenza dello stesso Strauss e il successo ottenuto lo spinse a dirigere e a comporre nuove operette.
L’occasione per scrivere la prima si presentò a Lombardo quando Maresca gli fece leggere un libretto proponendogli di scriverne la musica. Lombardo si mise al lavoro e nel 1891 completò Un viaggio di piacere od Un treno di piacere con il libretto di Priamo Favi, operetta che sarebbe andata in scena al Teatro Gerbino di Torino ottenendo grandi consensi.
Lombardo si avvicinò nel frattempo alla canzone napoletana con Matina Mati’, musicata su versi di Salvatore di Giacomo e pubblicata dal Corriere di Napoli e poi da Casa Ricordi nel 1894. Di lì a poco Maresca gli presentò un secondo libretto e ancora una volta Lombardo si mise al lavoro. L’operetta s’intitolava I Coscritti e debuttò al Teatro Alfieri (Torino) il 10 maggio 1892 e poi all’Arena Nazionale di Firenze nel marzo 1896. Sarebbe stata replicata in ottantacinque rappresentazioni al Teatro Quirino di Roma. Lombardo acquistò i diritti dell’operetta, ne modificò il copione e lo spartito e cambiò il titolo in Accadde a mezzanotte.
Da questo momento firmò le operette con il proprio nome o sotto lo pseudonimo di Léon Bard (come citazione dello stemma della famiglia Lombardo, appunto un leone), alternandolo a quello di Leblanc.
Sempre nel 1896 concesse alla Compagnia Calligaris-Gravina una sua operetta in tre atti: La Milizia territoriale con il libretto di Luigi Maresca al Teatro Balbo di Torino.
L’anno dopo nacque un’altra un’operetta fortunata: Le cinque parti del mondo, con musica firmata con lo pseudonimo di Maestro Fernandez.
Nella Compagnia Maresca, dopo aver esordito come direttore d’orchestra, Lombardo divenne pure organizzatore, in quanto abilissimo nel mettere a fuoco idee ed iniziative. Infatti avrebbe fondato e diretto una propria compagnia, con suo fratello Costantino (Casoria 1882-Roma 1960) come direttore d’orchestra.
Durante la Prima guerra mondiale, Lombardo partì per il fronte.
La conferma del valore di Lombardo sarebbe avvenuta nel 1915, quando nacque La Duchessa del Bal Tabarin derivata da Sua maestà Mimì di Bruno Grainichstaedten. Lo stile piccante della storia e le melodie indovinate decretarono il destino di questa operetta. Nel 1918 fondò la Casa Editrice Musicale Carlo Lombardo con sede a Milano, seguita poi da altre due a Berlino ed a Parigi.

Pietro Mascagni

È un’opera lirica in un atto unico di Pietro Mascagni su libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci tratto dalla novella omonima di Giovanni Verga.

La prima rappresentazione fu al “Tratro Costanzi” di Roma il 17 Maggio 1890.

Trama

L’azione i svolge nella piazza nella quale si trovano una chiesa e l’osteria di Lucia il giorno di Pasqua. Turiddu canta una serenata a Lola, della quale è perdutamente innamorato; prima di partire per il servizio militare le ha giurato amore eterno, ma la giovane durante la sua assenza ha sposato Alfio, il carrettiere. Turiddu per vendicarsi inizia a corteggiare Santuzza, ma dopo averla sedotta la trascura. Il giovane si aggira nei pressi della casa di Alfio che spesso assente non si accorge di nulla. Santuzza, angosciata e preoccupata, cerca Turiddu per parlargli e chiedere spiegazione del suo comportamento; entra allora nella casa di Lucia, madre del giovane e le confida quanto sta succedendo svelandole i suoi sentimenti e la sua disperazione: oramai è disonorata ed abbandonata. Arriva Turiddu e i due discutono animatamente finchè passa Lola che si sta recando alla messa di Pasqua sola perché il marito lavora. Le due donne si scambiano battute ironiche. Poco dopo Lola è seguita da Turiddu, insensibile all’implorazione di Santuzza che gli augura la mala Pasqua e decide, vedendolo arrivare, di rivelare quanto succede ad Alfio. Dopo la messa la piazza torna a popolarsi. Turiddu offre agli amici nell’osteria della madre Lucia un bicchiere di vino e ne offre uno anche ad Alfio che, sdegnato, nel rifiutarlo lo abbraccia e gli morde l’orecchio sfidandolo a duello. Turiddu, che si finge ubriaco, rivolge commosse parole di saluto alla madre a cui affida Santuzza e va ad incontrare il rivale. Poco dopo il grido di una popolana:- Hanno ammazzato compare Turiddu!- annuncia il tragico esito del duello.

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Pietro Antonio Stefano Mascagni (Livorno, 7 dicembre 1863 – Roma, 2 agosto 1945) è stato un compositore e direttore d’orchestra italiano.
Mascagni visse a cavallo tra Ottocento e Novecento, occupando un posto di rilievo nel panorama musicale dell’epoca, soprattutto grazie al successo immediato e popolare ottenuto nel 1890 con la sua prima opera, Cavalleria rusticana, adattamento dell’opera Cavalleria Rusticana di Giovanni Verga . In seguito Mascagni compose altre 15 opere che gli valsero una popolarità mondiale, insieme a pochi altri compositori. Tuttavia solo alcune di esse sono entrate stabilmente in repertorio, come ad esempio l’Iris, che toccò la ragguardevole cifra di 800 produzioni.
Mascagni, inoltre, scrisse un’operetta, Si, musica vocale, strumentale, nonché canzoni, romanze e composizioni per pianoforte. Compose anche musica sacra (ad esempio la Messa di Gloria), e fu il primo compositore italiano a scrivere per il cinema muto (Rapsodia Satanica, da Nino Oxilia). Da ultimo, non va dimenticato l’interessante esperimento di “The Eternal City”, sorta di suite sinfonica, basata sulle musiche di scena del dramma omonimo, sulla scia degli analoghi lavori di Luigi Mancinelli (Cleopatra, Messalina).
Pietro Mascagni morì nel suo appartamento al Grand Hotel Plaza di Roma (sua residenza stabile dal 1927) il 2 agosto del 1945: il Presidente del Consiglio dell’epoca, Ferruccio Parri, gli negò i funerali di Stato. Radio Mosca fece un minuto di silenzio e la folla si accalcò per omaggiare la salma. Ancora oggi si può visitare il suo sepolcro al Cimitero della Misericordia di Livorno, dove le sue spoglie furono trasferite nel 1951.

Vincenzo Ranzato

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RANZATO, Virgilio Enrico. – Nacque a Venezia il 7 maggio 1882 da Anna Ranzato, casalinga e nubile, e da Francesco Jennist, menzionato solo nell’atto di battesimo (parrocchia di S. Luca, Registri dei battesimi, reg. 11).

Avviato alla musica dalla madre, all’età di circa otto anni iniziò gli studi di violino al liceo musicale Benedetto Marcello con Pier Adolfo Tirindelli. Trasferitosi a Milano intorno al 1895, fu allievo di Giovanni Rampazzini al conservatorio, dove dal 1897 al 1900 fu maestrino di violino. Nel 1900 conseguì il diploma di violino. L’anno successivo rimase in conservatorio come docente volontario e, con la qualifica di allievo emerito, fu tra gli esecutori ai saggi dell’istituto. Intrapresa la carriera di concertista con una tournée in Austria-Ungheria, tornò ben presto a Milano, dove continuò a dare lezioni di violino, rientrando al conservatorio per completare gli studi di contrappunto e composizione con Luigi Mapelli e Vincenzo Ferroni. Qui scrisse un Quartetto in La per archi (1903-1904), un Concerto per violino e orchestra (1904; ne seguirà un altro, nel 1918), il poema sinfonico Candian III (1905), ispirato all’Origine delle feste veneziane di Giustina Renier Michiel, il madrigale per coro a quattro voci Rosa d’autunno (1905) su testo di Angiolo Orvieto, un Trio in Do minore per violino, violoncello e pianoforte (1906) e Scene veneziane (1906), suite per orchestra in quattro parti (Laguna calma; Volo di colombi; Il ponte dei sospiri; Festa del Redentore). Il 20 febbraio 1904 a Milano sposò una delle sue prime allieve, la veneziana Lucilla Rosa, all’epoca diciottenne, eccellente violinista e cantante che spesso ebbe modo di esibirsi in concerto con il marito e il figlio Attilio (Milano, 8 dicembre 1904-Milano, 25 agosto 1980), il quale, dopo aver dimostrato un talento precocissimo, divenne un acclamato violoncellista.Nel 1906 fondò il Trio Italiano con il pianista Umberto Moroni e il violoncellista Carlo Guaita, sostituito nel 1909 da Giovanni Berti. Accantonato il sogno di comporre un’opera (forse Il Maio su libretto di Adone Nosari), con una polka-marcia intitolata Lucilla vinse il primo premio a un concorso per ballabili bandito dalla Casa editrice Musicale Italiana, che acquistò la sua operetta Velivolo su libretto di Giuseppe Guidi, applaudita al teatro Balbo di Torino (28 gennaio 1911). Seguirono Yvonne (Giannino Antona Traversi e Carlo Vizzotto; Roma, teatro Apollo, 16 novembre 1912), La leggenda delle arancie [sic] (Carlo Caretta e Princivalle Lampugnani; Milano, Diana, 31 marzo 1916) e Quel che manca a Sua Altezza (Giovacchino Forzano dalla commedia omonima di Valentino Soldani; Roma, Quirino, 8 maggio 1919), tutte operette che, come la precedente, pur ben accolte non si mantennero a lungo sulle scene. Tra il dicembre del 1920 e l’aprile del 1921 partecipò a un lungo giro di concerti negli Stati Uniti e in Canada come primo violino di spalla dell’orchestra del teatro alla Scala diretta da Arturo Toscanini; una lite con il direttore portò alla rottura dei rapporti tra i due e lo spinse a darsi a tempo pieno alla composizione, pur senza trascurare l’attività concertistica. Nel giugno del 1921 dedicò al figlio Attilio una Fantasia drammatica per violoncello e orchestra (o pianoforte) firmata con lo pseudonimo A. (Ariano) Glorivitz. Tra il luglio e l’agosto del 1921 a Sala Comacina musicò l’operetta I gigli del Redentore su libretto di Giovanni Maria Sala. In seguito si stabilì a Moltrasio sul lago di Como.

Nel 1923 iniziò a collaborare con Carlo Lombardo, che gli fornì il libretto de Il paese dei campanelli, con adattamento ritmico di Sala. L’operetta, ambientata in un immaginario paesino olandese, dove le infedeltà coniugali sono segnalate dal suono dei campanelli dei piccoli campanili che sormontano ogni casa, fu accolta trionfalmente al Lirico di Milano (23 novembre 1923) per poi passare, con altrettanto favore, al Dal Verme. Il successo della coppia Ranzato-Lombardo, dopo l’esito meno memorabile di Luna Park (Lirico, 26 novembre 1924), venne pienamente confermato da Cin-Ci-La (Dal Verme, 18 dicembre 1925), che si svolge a Macao, dove una disinvolta attrice parigina e il suo eterno spasimante guariscono le timidezze amorose di un principe cinese e della sua giovane sposa. Dal sodalizio artistico con Lombardo, sempre pronto a offrire, oltre ai libretti (in genere con l’adattamento ritmico di Carlo Ravasio), il suo contributo per la musica, nacquero anche altre operette affidate a compagnie di primo piano, ma dalla fama meno duratura: La città rosa (Milano, Lirico, 13 aprile 1927), ambientata a Jaipur e ricordata per la sfarzosa messinscena; Cri-Cri (Milano, Dal Verme, 28 marzo 1928), surreale viaggio nel tempo; I merletti di Burano (Milano, Lirico, 22 dicembre 1928); La duchessa di Hollywood (Milano, Dal Verme, 31 ottobre 1930), omaggio al cinema sonoro; e Prigioni di lusso (coautore del libretto Ravasio; Milano, Odeon, 26 marzo 1932). Stesso destino ebbero anche Zizì (Ravasio; Milano, Lirico, 3 aprile 1926); la «fantasia revue trepidante» La danza del globo (Stilos; Genova, Politeama Genovese, 30 ottobre 1928); Fuoco fatuo su libretto di Coppi, rappresentata per la prima volta a Londra (Drury Lane, aprile 1929) e riproposta a Messina (Savoia, 13 marzo 1930); Lady Lido (Dino Marchi; Milano, Nazionale, 31 luglio 1929); I monelli fiorentini (Luigi Bonelli; Palermo, Nazionale, 13 giugno 1930); e la commedia musicale Re Salsiccia (Giulio Bucciolini da un poemetto dialogato di Giovanni Bucciolini; Firenze, Politeama Nazionale, 29 gennaio 1932), su un soggetto che aveva interessato anche Pietro Mascagni.

All’attività di compositore affiancò quella di concertista, sia come solista sia con il ricostituito Trio Italiano, con Attilio Ranzato subentrato a Berti come violoncellista dal 1924. La formazione vide avvicendarsi come pianista Moroni, Marino Beraldi (1927) e Guido Alberto Fano (1933).

Il 19 aprile 1933 al teatro Puccini di Milano riscosse applausi calorosi con il dramma lirico Campane di guerra su libretto di Ravasio, un’opera patriottica che si svolge in un villaggio sulle Alpi durante la prima guerra mondiale, interpretata alla prima dal tenore Bernardo De Muro. Seguirono l’operetta A te voglio tornar (Sala; Alessandria, Municipale, 24 febbraio 1936), storia di una compagnia di artisti emigrati in America (in origine il titolo era La compagnia del Rataplan), e la fiaba Bricioletta (Mary Tibaldi Chiesa da Andersen; Milano, Arcimboldi, 7 dicembre 1936). Nello stesso periodo lavorò all’operetta Valentina su libretto di Sala dalla commedia Ho perduto mio marito! di Giovanni Cenzato. Nel febbraio del 1937 a Milano completò la stesura per canto e piano dell’operetta La bella Magalona su libretto di Angelo Nizza e Riccardo Morbelli, che riuscì a orchestrare solo in parte. Da tempo sofferente per il diabete, nella notte tra il 15 e il 16 aprile 1937 si sentì male nella sua casa di Milano e il giorno dopo volle tornare a Moltrasio per affidarsi alle cure del suo medico, ma le sue condizioni peggiorarono rapidamente.

Morì all’Ospedale Civico di Como il 19 aprile 1937.

Virgilio Ranzato è ricordato soprattutto per Il paese dei campanelli e Cin-Ci-La, due delle più celebri e amate operette del repertorio italiano, nelle quali abbondano melodie facili e orecchiabili, ma mai banali (nella seconda non mancano riflessi diretti dell’esotismo pucciniano di Madama Butterfly). Musicista eclettico, compose anche l’opera La matrona di Efeso su libretto di Alberto Colantuoni (solo abbozzata), la pantomima Il fantasma nell’arpa (1925), il poema sinfonico Oceano (1935), numerosi brani per violino e pianoforte e per pianoforte solo, tra cui Nel parco di Salice (1919), primo fox-trot italiano, romanze da camera, canzonette e canzoni, tra cui Les mots d’amour su testo di Henri Varna e Pierre-Paul Fournier, scritta per Joséphine Baker e inserita nella rivista La joie de Paris (1932), musiche per film muti e sonori e per il «cinefonosketch» Myrka (1929) di Angelo Ramiro Borella, di cui Carisch pubblicò l’omonimo valzer zingaresco (1930). Alcune sue musiche furono utilizzate per la fantasia Sprizzi, spruzzi, sprazzi dello stesso Borella e Alfredo Menichelli (Milano, Arcimboldi, 5 dicembre 1931). Il 5 agosto 1935 l’EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche) trasmise l’operetta Parigi che dorme, a lui attribuita (Radiocorriere, 4-10 agosto 1935), ma si tratta probabilmente dell’operetta di Lombardo, come da elenco dei personaggi. Per anni direttore artistico della Pathé, tra il 1905 e il 1933 incise numerosi dischi con questa e altre case discografiche come esecutore, violinista accompagnatore e direttore d’orchestra.

La biblioteca del conservatorio di Como conserva un fondo Ranzato.

Claudio Vadagnini

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Nato a Trento, classe 1974, è maestro concertatore e direttore.
Diplomato brillantemente in Pianoforte, Composizione, Direzione d’ Orchestra, Didattica della Musica e Direzione d’Opera Lirica rispettivamente nei Conservatori di Trento, Milano, Bolzano ed Accademia filarmonica di Bologna. Ha all’ attivo numerosi concerti come pianista e maestro collaboratore; ha diretto più di ottocento concerti corali con i cori popolari, polifonici e lirici in sale italiane ed estere; ha curato sette incisioni, molte produzioni operistiche e concerti orchestrali. E’ autore dell’opera ladina “Conturina” (libretto Fabio Chiocchetti) più volte rappresentata con la sua conduzione (con incisione completa in diretta dalla RAI). Ha diretto varie orchestre in oltre 50 rappresentazioni operistiche (Mozart, Donizetti, Verdi, Puccini, Mascagni) nei teatri del Trentino-Alto Adige, Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli, Svizzera ed Ecuador. Direttore artistico dell’Associazione Musicale Aurona del Coro Lirico di Bolzano e del Coro Paganella.

Giacomo Puccini

Contenuto della fisarmonica

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Contenuto della fisarmonica
Contenuto della fisarmonica

Nacque a Lucca il 22 dicembre del 1858, sestogenito dei nove figli di Michele Puccini (Lucca, 27 novembre 1813 – ivi, 23 gennaio 1864) e di Albina Magi (Lucca, 2 novembre 1830 – ivi, 17 luglio 1884). Da quattro generazioni i Puccini erano maestri di cappella del Duomo di Lucca e fino al 1799 i loro antenati avevano lavorato per la prestigiosa Cappella Palatina della Repubblica di Lucca. Il padre di Giacomo era, già dai tempi del Duca di Lucca Carlo Lodovico di Borbone, uno stimato professore di composizione presso l’Istituto Musicale Pacini. La morte del padre, avvenuta quando Giacomo aveva cinque anni, mise in condizioni di ristrettezze la famiglia. Il giovane musicista fu mandato a studiare presso lo zio materno, Fortunato Magi, che lo considerava un allievo non particolarmente dotato e soprattutto poco disciplinato (un «falento», come giunse a definirlo, ossia un fannullone senza talento). In ogni caso, Magi introdusse Giacomo allo studio della tastiera e al canto corale.
Giacomo inizialmente frequentò il seminario di San Michele e successivamente quello della Cattedrale dove iniziò lo studio dell’organo. I risultati scolastici non furono certo eccellenti, in particolare dimostra una profonda insofferenza per lo studio della matematica. Del Puccini studente si è detto: “entra in classe solo per consumare i pantaloni sulla sedia; non presta la minima attenzione a nessun argomento, e continua a tamburellare sul suo banco come fosse un pianoforte; non legge mai”.Terminati dopo cinque anni, uno in più di quelli necessari, gli studi di base, si iscrisse all’Istituto Musicale di Lucca dove il padre era stato, come detto, insegnante. Ottenne ottimi risultati con il professor Carlo Angeloni, già allievo di Michele Puccini, mostrando un talento destinato a pochi. A quattordici anni Giacomo poté già cominciare a contribuire all’economia familiare suonando l’organo in varie chiese di Lucca e in particolare alla patriarcale di Mutigliano. Inoltre intrattiene suonando il pianoforte gli avventori del “Caffè Caselli” situato sul corso principale cittadino.
Nel 1874 si prende in carico un allievo, Carlo della Nina, tuttavia non si dimostrerà mai un buon insegnante. Dello stesso periodo si ha la prima composizione conosciuta attribuibile a Puccini, una lirica per mezzosoprano e pianoforte denominata “A te”. Nel 1876 assiste al teatro Nuovo di Pisa l’allestimento di Aida di Giuseppe Verdi, un avvenimento che si dimostrò decisivo per la sua futura carriera facendo convogliare i suoi interessi verso l’opera.
A questo periodo risalgono le prime composizioni note e datate, tra cui spiccano una cantata (I figli d’Italia bella, 1877) e un mottetto (Mottetto per San Paolino, 1877). Nel 1879 scrisse un valzer, oggi perso, per la banda cittadina. L’anno successivo, all’ottenimento del diploma presso l’Istituto Pacini, compose, come saggio finale, la Messa di gloria a quattro voci con orchestra, che, eseguita al Teatro Goldoni di Lucca, suscitò l’entusiasmo della critica lucchese.

Opere di

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La sonnambula

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